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Corinnaria
Sono solo un Blog: demodé per definizione, inutile per costruzione.

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Le vent se lève! . . . il faut tenter de vivre!








sabato 12 luglio 2008

Versilia Rock city

Stanotte ho fatto un sogno strano.
Sono in mezzo ad un gruppo di amici(? gli amici dei sogni, che in realtà non hai mai avuto il piacere di conoscere) e si parla di baffi. Ad un certo momento confesso di essermi depilata il baffo e tutti iniziano a guardarmi sempre più insistentemente, con crescente disapprovazione e sempre più da vicino. Vedo i loro sguardi torvi rivolti verso di me, ma non a me in generale, non alla mia persona in toto, non al mio viso. No, al baffo. O meglio verso il labbro superiore, che per l'occasione inizia a crescere, crescere, crescere e ad allungarsi. Mr. Epifanio, prof. di meccanica all'università, che aveva i denti a paletta e il labbro lungo comodamente adagiato sopra (e del quale durante il corso ho potuto studiare tutte le pieghe interne degli incisivi, stando seduta sotto la cattedra per terra, che l'aula era sempre strapiena e non si trovava mai posto a sedere, figurarsi arrivando all'ultimo minuto), mi farebbe una cippa in questo momento.
E tutti lì, che continuano a quardare il mio baffo. Io sento sempre più forte la sensazione di mancanza, mi sento improvvisamente nuda senza i miei peletti, e mi sembra di sentirli spingere sotto la carne, desiderosi di ricrescere e di venire in mio aiuto.
Mi giustifico. Una volta al mese mi depilo - dico - Non di più. Ma è uguale, la disapprovazione non allenta.
Chissà che significa.
Perchè io, giuro morissi [è la formula], non mi sono mai depilata il baffo in vita mia (mai avuto carie in vita mia, diceva lo spot malamente doppiato del ragazzino in bicicletta, per chi ha la memoria lunga).
Quando ero piccola abitava sopra mia nonna una signora, una signorona, alta, grossa, importante, con i capelli neri brizzolati, lisci sulle spalle e gli occhiali, che a me incuteva anche un po' di timore. La Dunia. Aveva una panetteria, ma noi non andavamo mai a prendere il pane da lei, che con tutti i soldi che aveva era un continuo lamentarsi, chissà se non si vergognava.
Avrebbe dovuto, dicevano i miei. Un giorno si appisolò mentre scaldava nel pentolino la ceretta per farsi il baffo e mandò a fuoco tutta la cucina.
Io invece non mi sono mai fatta il baffo in vita mia, giuro morissi.

Nel frattempo, sono due giorni che cerco un bel discorso per Versilia rock city, primo romanzo di Fabio Genovesi. Non mi esce niente più che un bello, bello, bello, che, per quanto ripetitivo, non rende minimamente l'idea del godimento che si prova a leggere il libro.
Questo è un libro che non si racconta, secondo me: originale, intrecciato, dilatato. Grandioso.
Va letto. Tanta, tanta roba, direbbe il Mancio.
E allora leggetelo e poi sarete pronti a scommettere con me che ci saranno molti più bambini di nome Nello nelle generazioni future.


Fabio Genovesi, Versilia Rock city, Transeuropa edizioni, 2008

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