La prima volta che entrai in quel locale fu per chiedere un lavoro. Non c'ero mai entrata come cliente, per farmi una pinta, un negroni o un coca e rhum, e non perchè la fama di quel posto fosse stata all'inizio pessima, frequentato come era stato solo ed esclusivamente da tutti i tossiconi e gli ubriaconi del paese - o almeno così si diceva - più che altro avevo avuto altri giri, avevo frequentato altri posti e nel frattempo avevo vissuto una delle fasi buie della mia vita, dalla quale stavo giusto uscendo.
Avevo bisogno di un lavoro perchè quello che avevo l'avevo dovuto mollare per un corso di spagnolo a cui tenevo.
Lavoravo parallelamente all'università, più per esigenza di indipendenza mentale da mia madre chicory che per una reale esigenza di denaro. Che, ad ogni modo, quando c'è non guasta mai.
Con il lavoro mi pagavo l'affitto dell'appartamento nella città universitaria che era a mezz'ora di macchina da casa e stavo 5 giorni su sette lontana. E respiravo.
Nel locale non feci una grande impressione al titolare perchè avevo la faccia da brava ragazza e studiavo all'università, mentre la gente che di solito si presentava aveva al massimo la terza media e la faccia da stonata, ma quello era ciò che lui cercava. Il di più era troppo.
Lui disse senza convinzione: ok, va bè, proviamo. Non venire vestita con indumenti di lana.
E fu tutto.
Gli avventori del locale erano di tutti i tipi: erano finiti i tempi in cui il locale era un ritrovo di fattoni rissosi, in cui i bravi ragazzi giravano alla larga da quei marciapiedi. C'erano ragazzi normali, più o meno agitati, più o meno studiosi, più o meno ubriachi, più o meno rissosi.
Di tutti i tipi, ma soprattutto erano tanti, tantissimi. Il locale lavorava incredibilmente tanto. C'era sempre il pienone al banco e dentro e fuori. In una serata servivamo talmente tante birre e tanti cocktail e tanti panini puzzolenti di cipolla, e sempre di corsa e sempre accelerate, che alla fine andavamo via con la schiena a pezzi, frastornate dal fumo e dalla musica assordante.
Le ragazze colleghe erano assai più giovani di me, che all'epoca avevo 24 anni, avevano 17-18 anni, ma per gli atteggiamenti e le pose apparivano assai più mature e scafate di me. Vivevano già da sole o con il loro ragazzo. Avevano interrotto gli studi dopo un paio di anni di superiori e avevano già un passato, fatto di uomini, di anoressia, di psicofarmaci.
I ragazzi colleghi, buttafuori e raccattabicchieri, avevano il fisico supermuscoloso, le aspettative basse e le intenzioni limitate.
Gli argomenti di conversazione erano il sesso, la droga, gli appetiti sessuali, le tresche, il cinema, i libri, la vita.
Le conversazioni con loro erano prive di filtri e di tabù. Parlavi a cuore aperto, scoprendoti sempre indietro, mai avanti.
Accettata per quello che eri, diversa da loro, lontana, ma mai ghettizzata. Mai giudicata.
Con loro si rideva, si rideva tanto. Delle diversità e delle affinità, della visione della vita e del titolare del locale.
Il titolare, o il tuo padrone, come si dichiarava al telefono quando ti chiamava, era un folle.
Un pazzo ignorante. Grottesco, maschilista, puzzolente che vedeva le donne in una sola versione e che pagava meno le ragazze dei ragazzi. Che quando arrivavi ti accoglieva, dopo aver guardato l'orologio per vedere se avessi un secondo di ritardo, con un "Accidenti Dania come sei sessuale!", che nelle sue intenzioni voleva significare come stai bene, che aveva non so quante donne contemporaneamente, l'una all'insaputa dell'altra, e già all'epoca, non so quanti figli sparsi per il paese.
Negli anni a venire si sarebbe mangiato tutto, ed a quel tempo già si sapeva che sarebbe finita così, perchè quella fortuna che aveva messa in piedi non sapeva nemmeno lui come, era cresciuta grazie alla sua follia, ma da questa sarebbe stata distrutta.
Aveva un'idea del mondo tutta sua, singolare e autocompiaciuta. Raccontava cose raccapriccianti e se la rideva e ti contagiava. Un folle.
Aveva amiche prostitute, che pensava fossero tutte sue ragazze, e che, dopo averci passato la notte, riaccompagnava la mattina al lavoro, sulla strada, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
A volte le mandava a prendere a una quarantina di km di distanza da un taxi, altre volte le faceva venire col treno.
Una sera appena arrivata al lavoro mi mandò a prenderne una alla stazione.
Eppure, nonostante l'ignoranza, il maschilismo, il degrado del buoncostume, la follia pura, quel padrone è stato il migliore che abbia mai avuto. A differenza dei professoroni universitari che mi hanno sfruttato e umiliato quando ero in dottorato, a differenza degli stimabili dirigenti e funzionari pubblici che, misogini, hanno cercato di distruggere la mia autostima, arciconvinti che un titolo sia garanzia di viva intelligenza, di perspicacia e di indiscussa superiorità, lui, il rozzo ignorante, è stato l'unico che non mi ha mai mancato di rispetto.
Il locale un paio di anni fa ha chiuso. Il padrone aveva addosso la Forte dei Marmi bene, quella che desidera il silenzio, quella che non accetta che i ragazzi si divertano con il rumore e con la musica e con le birre, quella che non si ricorda di essere stata giovane.
Quando passo là davanti, di ritorno dalla spiaggia, in bicicletta con le mie bambine, e vedo i locali vuoti e il vetro spaccato, sento la mancanza di quel motorino degli anni '60 appeso vicino all'insegna, sento la mancanza dei tavoli con le pinte di birra e del puzzo di cipolla e di aceto.
E ripenso sempre a quegli anni come uno dei periodi più ricchi della mia vita.
giovedì 23 ottobre 2008
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Qui si alza il tiro e ci si avvicina alla letteratura.
RispondiEliminaCaro Darker, la prossima estate ci vedremo in comune al Forte alla presentazione del primo libro di Daniuccia.
Caro Solus, se non ci fossi tu...
RispondiEliminaEh si, bella pagina.
RispondiEliminaPer un 9-10 secondi mi sono quasi convinto fosse pure un "bel" locale.
Oh, scherzo! Comunque è proprio vero: al centro del ciclone il cielo è terso e non vola una mosca.
.è'tnaT
;)
PS: Alla presentazione voglio il posto a sedere!